Immaginate un sistema con circa 10.000.000 agenti in competizione per le stesse (limitate) risorse. Ciascun agente può sparire se non è abile a procurarsele, così come può prosperare se identifica una strategia di successo. Ammettiamo che il diritto ad ottenere risorse sia stabilito da un sistema unico, che premia quegli agenti che ottengono l’apprezzamento del maggior numero dei colleghi per un particolare tipo di prodotto, e che conti anche il numero di prodotti.
Supponiamo ancora che la visibilità del prodotto presso gli altri agenti (condizione necessaria per riceverne l’apprezzamento) dipenda da caratteristiche ben individuabili.

Infine, immaginiamo che ogni agente possa allearsi con altri, attuando una politica redistributiva delle risorse conquistate.

– Un sistema così svilupperà prevedibilmente alcune caratteristiche, come:
– Ogni agente massimizzerà il numero di prodotti
– Emergeranno quegli individui e gruppi abili nel lavorare sulle caratteristiche dei loro prodotti,  incrementandone la visibilità

Emergeranno alleanze capaci d’imporre oligopoli che attuino strategie tese a controllare la visibilità dei prodotti, favorendo quella dei propri a scapito degli altri, nonché ad influenzare il gradimento degli altri per i propri prodotti

Vi ricorda nulla? Si tratta del modello semplificato di ciò che è divenuta la competizione accademica- scientifica. Gli agenti sono i ricercatori, le risorse limitate sono quelle finanziarie e di carriera, il prodotto è la pubblicazione scientifica peer-reviewed.

Per il punto 1, la verifica è semplice: ogni anno si accumulano milioni di pubblicazioni scientifiche, come risultato della competizione tra ricercatori.

A proposito del punto 2, vi sarebbe da dire molto circa le caratteristiche di una pubblicazione di successo, ma alcune sono sotto gli occhi di tutti: la stampa su una rivista ad alto impact factor, la “bellezza” del racconto scientifico e la sua coerenza con quanto la comunità scientifica si attende e, non ultimo, la visibilità mediatica al di fuori della stessa comunità scientifica. Intelligenza, buona conoscenza del proprio settore, capacità di scrittura e affabulazione, scelta del tema più in voga, sono tutti elementi premianti.

Infine, il punto 3 si riferisce al controllo, l’occupazione e le alleanze che attraversano i comitati editoriali delle riviste scientifiche che possono selezionare i revisori per ottenere un giudizio “amico” su un lavoro. In combutta con questi, si “avvisano” gli autori del lavoro, così che, a parti scambiate, quando essi sottometteranno un lavoro, l’autore beneficiato ricambierà il favore nel comitato editoriale di un’altra rivista.

Questo sistema non premia la veridicità di un articolo scientifico, ma solo la sua capacità di attrarre attenzione. Inoltre, ottenere risultati sperimentali importanti è attività lenta e incerta, in contrasto con la necessità di produrre velocemente un gran numero di articoli ed è accertato che attualmente i revisori non verificano la bontà dei dati sperimentali. Perché quindi dovremmo attenderci che le pubblicazioni contengano scienza di buona qualità, replicabile, con dati veri e ottenibili solo spendendo il giusto tempo in laboratorio? Le previsioni, insieme ai fatti, dimostrano il contrario.

Non resta che cambiare le regole di questo gioco, se vogliamo che un articolo contenga Scienza, invece di un bel racconto.

PS: questo post è stato pubblicato sul sito 500 words , con un interessante commento del prof. Vincenzo Trischitta

 

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